Chapter 7

Il villaggio è alle loro spalle, sfumato nei colori di un cielo di fine estate.

Quando se ne sono andati, Amani ha stretto saldamente le mani di Safiyah finché non ha promesso di tornare a casa, a tempo debito. A Zavala, Amani ha rivolto solo un cenno del capo e un sorriso triste.

Poco dopo, le strutture in pietra dell'accampamento dei Signori del Ferro si ergono all'orizzonte.

Zavala e Safiyah passano nel luogo dove trovarono Hakim. I cadaveri, spariti. Il sangue, ormai assorbito nella terra. Gli alberi bruciati hanno nuove gemme intorno alle ferite. Ma i frammenti dei rottami arrugginiti, accuratamente spogliati dei materiali di recupero, sono ancora semisepolti nel terreno.

Ai cancelli, Safiyah gli mette i ferri da maglia tra le mani.

"Per tenerti al caldo", dice. Lui annuisce con la testa e la ringrazia, a voce bassa.

"Sopravvivrai a questo", gli dice. Sa che lui non ha scelta.

Safiyah parte alla ricerca di persone che hanno bisogno di lei. Sente lo sguardo di Zavala che le resta aggrappato addosso, finché i cancelli dei Signori del Ferro non scompaiono all'orizzonte.

***

I cancelli dell'accampamento si aprono per Zavala, solo. Saladin parla poco, non pronuncia giudizi, non borbotta rimproveri. Dice solo questo:

"L'amore è un momento nel tempo. Noi non lo siamo."

Zavala si domanda, per un istante, se Saladin parli per esperienza. Non glielo chiede esplicitamente, ma prende un bel respiro e lo segue.

***

Passano decenni prima che giunga un messaggio da Amani, mezzo accartocciato e scolorito dall'arduo viaggio necessario per raggiungerlo nell'Ultima Città. "Vieni, presto", si legge. "Prima che sia troppo tardi."

Ma lui arriva troppo tardi.

Amani è davanti alla tomba, tra le persone in lutto, curva, vecchia. Lui le fa un cenno, incrociando i suoi occhi per un istante. Un sorriso triste e familiare attraversa di nuovo le labbra di lei prima di ricambiare il gesto in un silenzioso ringraziamento.

Lui aspetta che i più se ne siano andati prima di avvicinarsi alla lapide. Tiene in mano un fiore, raccolto durante il suo viaggio. Era fresco, quando l'ha trovato. Ma adesso, mentre lo posa delicatamente sulla terra smossa della tomba, i petali sono rovinati.

Zavala si alza e vede una donna in piedi, accanto a lui. Hanno gli stessi occhi, caldi e gentili. Sua figlia.

"Come l'hai conosciuta?" chiede lei. Il suo respiro si mozza, non sa come rispondere a una semplice domanda posta da un'altra persona in lutto.

"Sono un vecchio amico", dice, incapace di impedire alla stanchezza di insinuarsi nelle sue parole. La donna lo guarda di traverso. Lui si chiede, per un attimo, se lei sappia di lui, della sua storia. Di suo fratello. Ma lei, semplicemente, annuisce e lo ringrazia, e non si dicono più nulla.

Anni dopo, lui visita la tomba della donna. Poi, quella di suo figlio. Del figlio di suo figlio. Il cimitero è fitto di lapidi. E ogni volta lui compie il viaggio.

Non vengono nell'Ultima Città per dieci generazioni. Gli Occulti gli riferiscono quando nascono, quando si ammalano e quando muoiono. Lui non rivolge mai loro la parola quando sono vivi, ma su ogni tomba lascia un pegno e una domanda: Puoi perdonarmi?

La Guerra Rossa non li colpisce, ma quando la Città piange per chi è stato perso a causa dei vex e della Notte Infinita, Zavala piange per l'ultimo dei discendenti di Safiyah. Questa volta, non c'è corpo per una tomba.

Ora, Zavala è seduto alla sua scrivania. I ferri da maglia sono consumati dall'uso. Li conserva con cura, ricordando come lei gli aveva impostato le dita in modo da permettergli di seguire i suoi movimenti.

Prepara un pezzo di filo e ricomincia.